“Pierluigi… Roma… Patristica…”. Con queste poche ma lapidarie parole, il nostro amato fondatore p. Pancrazio, nell’estate del 2005, quando mi trovavo a Rovio, in Svizzera, dove avevo appena conseguito il baccalaureato in teologia alla Facoltà di Teologia di Lugano, mi comunicò la decisione del Consiglio Direttivo della nostra Fraternità, di trasferirmi a Roma per intraprendere, presso l’Istituto Patristico Augustinianum, il percorso che mi avrebbe portato nel 2009 a difendere la Tesi di Licenza e nel 2017 quella di Dottorato in Teologia e Scienze Patristiche. Quelle rare volte, rare si perché, per dirla alla toscana, “qui sono entrato in un giro di stiaffi che non ne sorto fori manco con la bussola”, quelle rare volte, dicevo, in cui mi fermo pensare che sono un dottore, mi viene tanto da sorridere, perché personalmente più che un dottore mi sento un paziente. Si, un paziente perennemente bisognoso della Misericordia e della Grazia di Dio, che venga in soccorso di questo figlio, perennemente “prodigo”. Sono stati anni difficili, quelli dell’università, fatti di momenti di entusiasmo e di altri di abbattimento. Quando terminai la Licenza, inutilmente provai a chiedere a p. Pancrazio di non proseguire per il Dottorato: “Avrai la grazia del presbiterato che ti sosterrà: e poi, così, ti specializzerai ancora di più!”. Questa fu la sua risposta: altre poche, ma insindacabili parole che, in forza del voto di obbedienza, in coscienza, non mi lasciavano molto scampo. Eppure, altri fratelli e sorelle gli avevano chiesto di non proseguire con gli studi, oppure era stato chiesto loro di scegliere l’indirizzo specifico della specializzazione, ed erano stati esauditi; ma ognuno di noi è un pezzo unico nella vita e la sua storia può essere simile, ma non uguale a quella degli altri. Così, a distanza di tanti anni, attraverso non poche peripezie e spiacevoli colpi di scena, siamo giunti a questo giorno, in cui il frutto di tante fatiche ha visto finalmente la luce della pubblicazione editoriale. Ringrazio Dio di avermi portato fino a questo punto e, anche se a tutt’oggi non riesco bene a comprendere il perché, mi conforta sapere che almeno Lui lo sa. Spero che p. Pancrazio da lassù stia sorridendo a questo suo povero figlio attraverso il quale, dopo tanti grattacapi, oggi forse il buon Dio, come lo chiamava spesso lui, gli ha dato anche una piccola soddisfazione.

     Deo gratias.

 

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