Incontro con San Pio da Pietrelcina

Il nostro Fondatore ha avuto modo di incontrare san Padre Pio da Pietrelcina in varie occasioni; in particolare egli considera tre di questi incontri come peculiari per la formazione del carisma della Fraternità.

L’importanza delle piccole cose di cui mi parlò in occasione della prima confessione, avvenuta nel 1950, che benevolmente padre Pio venne a farmi nella mia stessa celletta del convento di San Giovanni Rotondo, ove ero ospite. Sedutosi sul mio letto, e io ai suoi piedi, mi tenne una lunga catechesi sull’importanza delle piccole cose, facendomi così approfondire sia il mistero della Sacra Famiglia nella Santa Casa, sia l’intuizione di san Francesco sulla vita evangelica. Sgorgava così impellente l’urgenza di una vita che sapesse cogliere la vocazione alla santità nella quotidianità della propria esistenza, poiché penso che non esistano ambiti della nostra vita che siano esclusi dalla tensione alla santità. Sì, è proprio vero, la santità non consiste tanto nel fare cose straordinarie, ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie.

“Il programma di vita”scritto personalmente da padre Pio. Nel 1959 gli chiesi, dopo una confessione: “Padre, lei che vede il mio futuro, mi dia un programma di vita” e dopo alcuni giorni egli mi fece recapitare, tramite il suo confessore, un’immaginetta che portava a tergo questo scritto: “Non sii talmente dedito all’attività di Marta da dimenticare il silenzio di Maria. La Vergine Madre che sì bene concilia l’uno e l’altro ufficio ti sia di dolce modello e di ispirazione”. Nel riceverlo non ne compresi subito il significato. Tuttavia mi sforzai di sempre meglio capire e soprattutto di attuare nella mia vita il contenuto di quel “programma” che, ben oltre le mie intenzioni, si rivelò essere stato scritto non solo per me ma per molti altri…
Questo biglietto fu veramente profezia, prima per la mia vita personale e poi per la definizione del carisma della Fraternità.

La chiamata al sacerdozio. Nell’ultimo incontro che ebbi con lui, nel luglio del 1968 (un mese e mezzo prima della sua morte), mi disse: “Figliolo, è volontà di Dio che tu diventi sacerdote. Dipende da te, comunque farai la volontà dei superiori”. Questa chiamata che poco dopo mi fu confermata dalla Venerabile Madre Speranza, veniva a sconvolgere i miei primi trent’anni di vita nella Fraternità cappuccina in qualità di fratello laico. Ciò incontrava in me una certa resistenza, sia per la mia poca inclinazione agli studi sia perché mi faceva lasciare uno stato che, comunque, all’interno dell’Ordine godeva del privilegio evangelico dell’inferiorità. Eppure questo grande dono che il Signore mi ha fatto, la vocazione sacerdotale, si è rivelato essere indispensabile per poter portare a compimento l’opera di fondazione della Fraternità Francescana di Betania affidatami dal Signore.